Poteri, qualità e virtù di un farmaco antico: la Teriaca di Andromaco
Se mai è esistito l'antidoto per eccellenza, dotato di magiche virtù e capace di risolvere qualsiasi male, questo è stato la Teriaca.
In principio era usato per combattere i veleni e, primi fra tutti, quelli iniettati dalla morsicatura di animali velenosi come la vipera.

Storia e leggenda sulla Teriaca si intrecciano, accompagnando le trasformazioni che questo preparato ha subito nei secoli, passando di mano in mano, di cultura in cultura.

In principio fu un semplice contravveleno, il famosissimo "Mitridato", usato ed inventato dal grande Mitridate Re del Ponto.
La storia degli antichi medici romani e dei successivi speziali veneziani, ci racconta come Mitridate, ossessionato dalla paura di essere avvelenato, si servisse quotidianamente del suo antidoto al punto d’assuefarsi.
Fu così che, quando le legioni romane di Pompeo vinsero il suo esercito, il Re, nel cercare la morte per non cadere nelle loro mani, non potè usare il veleno e dovette ricorrere alla spada.
Mitridate.....

"trasse dall'elmo della spada un potente veleno che bevutolo insieme con due figliole, Nicia et Mitridatia, che seco erano, non puote morire, ne gli fece nocumento alcuno, per essere egli assuefatto lungamente al rimedio di questa sua Theriaca. Et gli fu forza volendo uscire di vita farsi ammazzare da Bithio suo soldato. Il che non avenne già alle due giovani che prive erano di una tanta sicurezza però che essendo il veleno maligno et pernitioso troppo ne caderono subito morte."
Con la vittoria di Pompeo, i medici dell'antica Roma entrarono in possesso della ricetta.
Ma fu sotto Nerone, per mano del suo medico, Andromaco il Vecchio, che il preparato venne perfezionato, diventando la Teriaca Magna o Teriaca di Andromaco.

Le virtù dell’antidoto erano già potenti e riconosciute, ma la composizione continuò nel tempo a subire variazioni e migliorie.
Il medico filosofo Avicenna apportò al medicinale di Andromaco la prima modifica consistente, aggiungendo tredici elementi e togliendone altri.
Poi, la preparazione della Teriaca esplose in Italia, tenendo banco per tutto il secolo XVI e oltre. Nelle "spezierie" di Roma, Napoli, Bologna ma, soprattutto, Venezia veniva prodotta in grande quantità, e quest’ultima era senz’altro la migliore.
Venezia a quei tempi era la capitale del commercio con l’oriente e per gli speziali della Serenissima era forse più facile che per altri reperire ingredienti di prima qualità, a cominciare dalle droghe più semplici, come la valeriana, la cannella, il Pepe lungo, lo zafferano, l'Oppio, la Mirrha e la Malvasia.
A queste si aggiungevano droghe rare e preziose che elevavano la qualità del preparato.
Non meno valorizzanti erano i processi di lavorazione dell’antidoto. La carne delle vipere, per esempio, che erano state accuratamente scelte in base al sesso maschile o al loro stato gravido, veniva lungamente e sapientemente trattata. Inizialmente la vipera veniva ripulita delle interiora e privata di testa e coda. Poi veniva bollita in acqua fresca di fonte, salata ed aromatizzata con dell'aneto e, dopo essere stata scolata dal suo brodo, era impastata con del pane secco finemente triturato. Infine, lavorata a mano in forme rotondeggianti ed essiccata all'ombra.
Le vipere utilizzate dovevano essere catturate in un periodo specifico, cioè qualche settimana dopo il risveglio invernale. Se fossero state catturate durante l'estate l'antidoto, preparato con esse, avrebbe procurato troppa sete a chi ne avesse fatto uso.
In generale, ogni droga veniva raccolta in un periodo specifico, corrispondente alla fase di maturazione ideale per non comprometterne il valore. Radici, foglie, fiori e gomme dovevano essere perfetti e freschi al punto giusto per poter essere trasformati dallo speziere.
Ogni ingrediente veniva accuratamente diviso secondo "misura e sostanza", lavato con grandi quantità di acqua di fonte, per eliminare tutte le impurità. Poi veniva esposto ad essiccare (nel rispetto dei tempi previsti per il singolo componente), generalmente all'ombra, in luoghi ben aereati (le parti molli, gomme e succhi, venivano filtrate).
Quindi, gli ingredienti erano sottoposti alle diverse triturazioni e alle setacciature che dovevano ridurli a polvere finissima.
I vari componenti, ottenuti tramite cotture ed impasti, venivano preparati in tempi diversi e divisi in piccole porzioni, modellate sotto forma di sfere, quadrati o triangoli.
Ogni componente finito avrebbe apportato alla mistura finale una virtù terapeutica, all’infuori di uno, contenente maggiorana, calamo, valeriana, cannella, aspalato ( legno odoroso dell'isola di Rodi ), menta, origano. Questo aveva il preciso scopo di aromatizzare il preparato.
La preparazione era sostanzialmente un rituale studiato nei minimi particolari e la conservazione dell’antidoto così ottenuto apriva un altro capitolo di metodologia e pignoleria. Il recipiente doveva essere di vetro e capiente: i primi giorni il contenuto doveva essere mescolato per bene, e il vaso doveva restare scoperto per mezz’ora. Poi si doveva tenere ben serrato.

Alcune righe estrapolate dall'opera di un famoso speziale:

"…si toglievano le cose a pestare grossamente e tutti si mettevano in un gran bacile così rotte e poi meschiate bene insieme si partivano in sei mortari et si davano a pestare perchè le cose umide s'unissero con le secche acciocchè non s'attacassero nel mortaro se ben l'ontuosità della mirrha il facesse anco.
Primo fur contusi li trochisci di vipere; imperochè quando son ben preparati è la loro sostanza simile alla colla del carniccio difficili a pestarli: poi si aggiungono il pepe longo e poco dopo la cassia, il cinamono e rotti si rimetton nel bacile.
Poi si rompe pestando l'irios, il costo, la gentiana, l'aristologia, il centaurio, il pentasilon, il meo, il phu, il stecado, il squinanto et il spigo; quali rotti si mischiatano con gli altri nel bacile. Appresso si pestano li semi de i navoni, il pettosello, gli anisi, seseli, finocchio, thlaspi, ammi, dauco et l'amomo. Et rotte furo aggionte con l'altre; avertendo che per ciascun ordine di cose che si pestavano aggiungevano nel mortaro un poco di mirrha a tal che nel pestar le cose le spetie non s'attenessero al fondo del mortaro imperochè l'ontuosità della mirrha tiene unite le cose eshalabili. Dopo si pesta il scordio, dittamo, marrobio, calamento, polio, chamepiteo, folio et hiperico.
La gomma e l'incenso si pestaranno in altro mortaro sole, acciò non s'attaccassero con l'altre spetie, come in altri con esperienza s'è visto. Li trochisci scillini, e gli hedicroi insieme soli sian pesti e uniti all'altre spetie. Le rose et zaffrano sian messe un poco al sole et dopo peste et gionte all'altre.
Il reupontico sia pesto et aggionte con l'altre. La terra lemnia si trita senza fatica,l'agarico sia fregato al tamiso et così si facci in polvere. Le gomme saran ben contuse et dopo vi si aggionga del vin malvatico et stiano per una notte infuse et il dì sequente con debita portion di detto vino sian passate per il staccio,il simil parimenti si fara nel succo di liquiritia et e de l'hipocistis: l'acatia si triturarà con li semi cioè che sia messa con essi nel triturarli, perciò che l'orientale è si secca et arida che facilmente si pestrarà con li semi."

La preparazione della teriaca, a seconda del luogo, proseguì fino alla metà del 1800 ed anche ai primi del 1900.
Impieghi “quasi magici” della teriaca

Alla fine del 1500 era diventata convinzione diffusa che l’uso del mirabile rimedio fosse fondamentale per difendere gli uomini, non soltanto dal morso dei serpenti, bensì da infinite e diverse malattie.
L’antidoto è talmente mirabile che, oltre a mantenere sano il corpo, rende la vita più tranquilla e la prolunga ringiovanendo tutti i sensi: è sufficiente assumerne 1,25 grammi con un cucchiaio di miele e due bicchieri d'acqua ad ogni far di Luna.
La Teriaca diventa la panacea per tutti i mali: combatte la tosse vecchia e nuova, i dolori di petto, le infiammazioni dello stomaco, i dolori colici, le febbri maligne e i problemi dei reni. Rafforza il cuore e il suo spirito, libera i corpi dai malefici, ridona l'appetito, sana le emicranie antiche, cura le vertigini e la sordità, risveglia la sessualità, controlla la pazzia ed infine preserva il corpo dall'infezioni quali la lebbra e la peste.

L'efficacia dell'antidoto non derivava solo dalla formula, ma dipendeva anche dalla sua maturazione. La bontà dell'antidoto si misurava con gli anni di maturazione e il massimo del vigore lo si raggiungeva dal sesto fino al trentaseiesimo anno.

Infine, altro aspetto che poteva accrescere la qualità dell’antidoto era il metodo di assunzione dello stesso.
In alcuni casi era consigliato di prenderlo avvoltolato in una foglia d'oro, seguito da una quantità moderata di vino aromatico bianco o rosso. Il vino aveva il ruolo di spargere prontamente il rimedio per tutto il corpo, potenziandone l'azione terapeutica e l'oro, secondo antiche convinzioni, avrebbe rafforzato lo stesso effetto curativo del composto.


Verrebbe da dire…

      …peccato che tanta magia non sia arrivata fino a noi !